Frontalieri. Pericolosa deriva dei cantoni. La dogana non ferma il virus.

Frontalieri. Le decisioni svizzere in merito all’emergenza Coronavirus ancora una volta non convincono. Una fase 2 partita in anticipo, a dispetto di un lockdown avviato in netto ritardo. Dopo le riaperture post pasquali dei passaggi tra Italia e Canton Ticino, sono ad oggi circa 20.000 i lavoratori transfrontalieri che passano il confine per recarsi a lavoro. In una nazione con problematiche evidenti di contagio, dove tre settimane fa si annoverava il più alto tasso di contagi per milione di abitanti, su scala mondiale, con numeri che, parlavano di 1.353 contagiati su milione di persone e con discutibili quanto tardive misure di contrasto al virus. Virus che, va ricordato, non si ferma alla dogana.

L’otto aprile scorso il parere favorevole del governo italiano con l’approvazione dell’ordine del giorno presentato dal senatore del Partito Democratico, Alessandro Alfieri: documento che prevede l’estensione dell’indennità di malattia, di disoccupazione e del congedo parentale, riservate a quei lavoratori transdoganali ai quali non è concesso alcuno strumento di sostegno in Svizzera. Oggi a che punto siamo?

Il 6 aprile scorso un vero e proprio ultimatum, legittimo, da parte del presidente della Comunità Montana della Valchiavenna, Davide Trussoni, assieme al presidente della Comunità Montana Valtellina di Tirano, Gian Antonio Pini, e a ventitre sindaci della provincia di Sondrio ai vertici del Gran Consiglio del Canton Grigioni ed ai sindaci della Regione Maloja, sull’urgenza di provvedimenti finalizzati alla salvaguardia dei frontalieri. Qual è la situazione per quanto riguarda i lavoratori che si affacciano sul versante del Canton Grigioni?

E intanto l’arma del ricatto, esercitato da parte di alcuni datori di lavoro verso coloro i quali, tra i lavoratori italiani, palesano il grado di pericolosità legato alla possibilità di contagio, è un dato di fatto, riportato da più frontalieri.  

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