Nel segno della giustizia. Il giudice Tarantola a Bormio.

 “Sono nato l’8 gennaio 1939. Mi è stato riferito che la mamma, non sospettando che stessi arrivando al mondo proprio in quell’istante, si rinchiuse in bagno e poco mancò che mi scaricasse nel bidet”. E’ un’ironia impensata quella che emerge nell’incipit del libro “Nel segno della giustizia” scritto da Giuseppe Tarantola, giudice bormino, mite e riflessivo, rispettoso del contraddittorio e imparziale, che in 49 anni di carriera è riuscito nella scalata alla piramide del Tribunale di Milano. Pagine di vita vissuta pericolosamente, e raccontate lo scorso giovedì, 8 agosto, nei locali della biblioteca di Bormio. Con antenati appartenenti all’alta borghesia milanese, tra questi Pietro Verri, Luigi Turati e Goffredo Mameli, Tarantola è tra i principali protagonisti di Tangetopoli. E’ durante il processo a Sergio Cusani, nel 1993 che per la prima volta il Tribunale, presieduto dal giudice bormino, autorizza la ripresa televisiva in diretta, innovando l’ordinario svolgimento dell’udienza pubblica
Un libro dato alle stampe grazie all’opera persuasiva di amici quali Alberto Quadrio Curzio, Anna Maria Ghislanzoni, Domenico Arena, commercialista genovese.
Nell’opera di Tarantola, l’omaggio al padre Edoardo, tisiologo, direttore del primo sanatorio italiano a Pineta di Sortenna di Sondalo; tra i suoi “pazienti”, Gabriele D’Annunzio.
Tarantola rimpiange che il padre non abbia lasciato ricordi scritti di sé. “Mi auguro, dice, che questo mio senso di condivisone si trasmetta ai miei successori cui dedico questo libro maturato tra i nostri monti de la Ad indirizzare Giuseppe Tarantola verso la strada della giurisprudenza, lo zio Attilio Peloni, il noto farmacista dell’Amaro Braulio.
Tra i mali peggiori del sistema giuridico italiano, il giudice non stenta ad individuare la lentezza. Il miglior appagamento, l’approvazione del proprio
 

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