Strage di Nassiryah. L’indelebile ricordo.

Andrea Filippa, Massimiliano Bruno, Giovanni Cavallaro, Giuseppe Coletta, Enzo Fregosi, Daniele Ghione, Horacio Majorana, Ivan Ghitti, Domenico Intravaia, Filippo Merlino, Alfio Ragazzi e Alfonso Trincone. E poi Massimo Ficuciello, Silvio Olla, Alessandro Carrisi, Emanuele Ferrero e Pietro Petrucci assieme a Stefano Rolla e Marco Beci.

Quei diciannove nomi sono diciannove ferite che il tempo non riesce a rimarginare, nonostante i sedici anni trascorsi da quel 12 novembre del 2003. Il teatro della tragedia è Nassirya, in Iraq, dove è in atto una missione di peacekeeping, letteralmente di mantenimento della pace, a sei mesi dalla fine del conflitto. C’è bisogno di mantenere l’ordine pubblico, gestire l’aeroporto locale, addestrare quelli che saranno i nuovi poliziotti ed aiutare la popolazione, composta per buona parte da donne e bambini. I militari italiani sono lì per questo, dislocati presso due postazioni, la base Libeccio e la base Maestrale.

E’ qui che alle 10, 40 di una normale mattinata di autunno, un camion nel quale sono stati stipati tre quintali di tritolo si schianta contro l’ingresso del compound segnando indelebilmente la coscienza di un paese che ritorna a fare i conti con le vittime di una guerra.

Nella mattinata di oggi, a Sondrio, presso il Sacrario Militare del capoluogo, la cerimonia commemorativa in occasione dell’undicesima giornata dei caduti militari e civili nelle missioni internazionali di pace.

Una commemorazione, quella odierna, che assume un sapore ulteriormente significativo, alla luce dei recenti fatti di Kirkuk, nel Kurdistan iracheno, dove la scorsa domenica cinque soldati italiani, impegnati esattamente come le vittime di Nassirya di sedici anni fa in attività di mentoring and training per le Forze di Sicurezza irachene, sono rimasti gravemente feriti in un attentato rivendicato dall’Isis.

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